Quando mancano due sole partite alla conclusione del campionato, fa specie che si possa parlare di squadra che non ha trovato ancora omogeneità di comportamento. Sono solo pannicelli caldi usati per indorare una pillola che non se ne scende: sono appigli senza senso. La scusante può essere invocata se riferita a una squadra alle prime esibizioni, quando gli elementi di cui è composta ancora non si conoscono e ci vuole tempo per amalgamare un gioco. Quando mancano due sole gare al termine, credo che non abbia senso. Meglio allora fare un discorso più ampio.
La Paganese aveva iniziato il suo percorso in sordina, si era presentata come squadra dalle buone potenzialità tecniche; aveva dimostrato di aver colto nel segno con acquisti giovani di ottima fattura; aveva soprattutto conquistato il suo pubblico con prestazioni brillanti e accattivanti. Erano poi arrivati i primi risultati, forse non proprio esaltanti ma di certo buoni per la classifica; prova ne sia che a un certo punto del torneo, la squadra si è trovata prima in classifica addirittura con cinque punti sulla seconda.
Fermi tutti, un momento.
Nel calcio, come nella vita, nessuno può essere mai certo di niente, si sa; ma a cavallo delle festività natalizie, quando si è trattato di prendere una decisione nelle segrete stanze del potere, è certo che la questione «possibile primato» è stata trattata. La versione dell’allenatore che non voleva rinforzi, preferendo continuare con gli elementi a disposizione regge fino a un certo punto. Diciamo che probabilmente, salvo smentita, di comune accordo con la società, si era pensato di poter continuare in scioltezza, quasi goliardicamente, per arrivare comunque a un buon risultato con la giustificazione di una programmazione che prevedeva un anno di transizione prima della scalata, negli anni successivi, alla promozione.
Quello che non è andato per il verso giusto, e la classifica oggi impietosamente lo evidenzia, è stato il cammino della squadra nella seconda parte del campionato. Quell’amalgama a lungo cercata, da affinare solo con il lavoro settimanale, non ha lasciato scampo e c’è stata una sentenza inappellabile: la squadra – con tutta la migliore buona volontà messa sul tappeto – non era pronta per il grande salto perché carente in almeno due unità di un certa statura tecnica.
Ora, a delusione smaltita, dopo una sbornia di primato che aveva accomunato la grande massa della tifoseria, bisogna solo riconoscere che la squadra, così com’è, ha già fatto tutto quello che era lecito fare con i mezzi di cui disponeva e che, anzi, ha fatto mirabilie per una buona fetta di campionato. La ricetta nel calcio è semplice: a disposizione degli allenatori non c’è nessuna pietra filosofale in grado di mutare in oro zecchino un vile metallo. Per buona pace soprattutto di Novelli e di Bocchetti che il loro lavoro lo hanno fatto, e anche bene. Facciamocene una ragione, ma è così.










