17.6.12

Luca Orlando, da ex sbarbatello al sogno della B: "Ma quanto è bello essere alla Paganese"

L’umiltà è rimasta la stessa di quando, 18enne ancora sbarbatello, guardava con un po’ di timore quel vec­chio volpone di dg ch’era Angelo Fabiani, che l’aveva voluto a Roccaporena per il suo primo ritiro nel cal­cio dei grandi. Lì, cinque anni fa, con la Salernitana neo promossa in serie B, sotto la croce di Santa Rita da Cascia nasceva un’av­ventura che in questi giorni ha assunto i contorni della favola. Luca Orlando ora la barba la porta lunghet­ta, apparentemente incolta, però non è quello il parti­colare importante che testi­monia quanto sia cresciuto. Per lui parlano i 20 gol (18 in campionato più 2 in Coppa) che hanno trasci­nato la Paganese in Prima divisione, battendo anche un destino che per troppo tempo ha offuscato il cielo azzurrostellato e scalando l’Everest d’uno scetticismo quasi naturale in una piaz­za appena scottata da una retrocessione cocente.

Luca se l’è presa sulle spal­le, la Stella, riportandola in alto, dove ha ricominciato a brillare di luce che abbaglia. Come in quella domenica notte del ‘Torre’, di ritorno da Chieti, capolinea d’una impresa costruita in die­ci mesi per menti fredde e cuori forti. Roba da grandi. Com’è diventato lui. «Per me è stata la stagione della consacrazione. Un’esperienza stupenda. Non avevo mai se­gnato così tanto. Però se non fosse arrivata la promozione non sarebbe stato lo stesso…», comincia Orlando in ver­sione ‘uomo squadra’, «ché quando un attaccante riesce ad andare spesso in gol è so­prattutto merito dei compagni che lo mettono in condizione di farlo». Non è falsa mo­destia, è il low profile di chi è cresciuto così, rilassato perché l’universo a stento sa che esisti, ed allora basta accontentarsi di chi t’ap­prezza. A Pagani se ne sono innamorati, tanto che lui mette subito in chiaro: «C1 per C1, resterei sicuramen­te qui. Soprattutto con Gianluca Grassa­donia allena­tore». Con (per le note vicissitudini di Raffaele Trapani) né certez­ze, con il serio pericolo di smobilitare e con lo stesso trainer pronto ad andar via (come sarebbe successo per un periodo, di lì a poco). Si ricorda, bomber? «Un pe­riodo difficilissimo. Anche io pensai di cambiare aria. Avevo offerte dal­la serie B. Però poi pensai che non sono il tipo che molla, e che lascia le cose a metà».

I cadetti potevano atten­dere. Si dice che li rag­giungerà presto, questione di settimane. Il Sassuolo ha già un’opzione per il suo ingaggio, la Reggina gli fa una corte serrata. Il dg azzurro Cocchino D’Eboli non farà altro che accom­pagnarlo su una strada ch’è già spianata. «Sarebbe un sogno tornare in B. Ci ho esordito e segnato due gol con la Salernitana - rivendica -, giocando non soltanto effimere gare di fine stagione, ma pure partite vere, se si pensa che il mio debutto fu alla prima di campionato all’Arechi, contro il Frosinone».

Quel condizionale sparirà presto. Intanto, ora è tempo di ringraziamenti. «A Dino Fava, che m’ha insegnato tan­tissimo in campo e fuori. E a Luca Fusco, capitano vero. Ma pure a tanti altri ragaz­zi che compongono questo spogliatoio meraviglioso. Ne cito quattro, senza far torto a nessuno: Sasà Galizia, Cic­cio Scarpa, Andrea Tricarico e Sasà Russo che ha smesso qualche mese fa». E pure di dediche. Quelle non c’è da inventarsele. Perché senza mamma e papà (Mirella e Nunzio), né la sua Laura nulla sarebbe stato com’è. «Solo mia madre, mio padre e la mia ragazza sanno quant’è stato difficile lo scorso anno a Vercelli», ricorda Luca sen­za troppa nostalgia di quel­la stagione in cui lo misero a giocare esterno di centro­campo, «però - rammenta - anche quell’esperienza è stata importante per la mia crescita, umana e professionale».

In questo bel quadretto di famiglia manca il ‘pic­colo’ Fabio, compagno di squadra molto speciale. Lo chiamano ‘Orlandino’, per rispetto al grande fratello. Però sin dai tempi del liceo scientifico Severi si diceva che “l’altro Orlando è più forte di Luca”. Lo sa, que­sto, bomber? «Sì, certo che lo so. Ed è pure vero. Anche se abbiamo caratteristiche di­verse: io nasco per far gol, lui ha talento e fantasia. Se avessi avuto le doti tecniche di mio fratello forse a quest’ora sa­rei già in serie A», sorride. E intanto lancia Fabio: «Ha vinto il suo primo campionato a 19 anni, segnando due reti e regalando un bel po’ di assist. Farà tanta strada». Su di lui può sbilanciarsi, su se stes­so resta cauto. Questione d’umiltà. E’ che Luca è fat­to così. Pure quando parla della meritata vacanza che sta per concedersi. «Non ho ancora deciso, Laura è sotto esame, e ora sono io a tifare per lei. Comunque nessun mega progetto, proveremo a scappar via tre-quattro giorni. Cercheremo un last minute». Si può essere bomber anche senza prendersi troppo sul serio.

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