3.10.16

C'era una volta il fattore campo.


di Nino Ruggiero

Il calcio è cambiato di molto negli ultimi anni. Filmati storici, rigorosamente in bianco e nero, girati con avventurose cineprese, prima in formato 8 e poi in super 8, lasciano una scia malinconica di un calcio pioneristico. Proprio qualche giorno fa, in uno dei tanti dedicati canali RAI, ho visto uno spezzone di una partita che vedeva all’opera la Nazionale italiana contro la Francia. A quei tempi si giocava con il passo cadenzato che fa tanto moviola, credetemi. Il calciatore in possesso di palla aveva tutto il tempo di controllare il pallone, di girarsi, rigirarsi per poi decidere se puntare verso l’area avversaria o se invece passare il pallone a qualche compagno. Ritmi blandi, da posapiano, con calciatori poco propensi ad aggredire immediatamente l’avversario in possesso di palla.

Un calcio diverso da quello di adesso e che fa tanta malinconia; un po’ come capita con tutti gli avvenimenti di cui – da persone mature – abbiamo nostalgia. È cambiato proprio in toto, questo benedetto sport che tanto ci affascina. Una volta le partite in casa rappresentavano l’occasione per sistemare le cose che non andavano. In casa le squadre non perdevano quasi mai colpi; solo raramente si verificava che pareggiassero o addirittura perdessero. C’era, a favore delle squadre che giocavano in casa, quello che coloritamente si chiamava “fattore campo”, un autentico valore aggiunto per la squadra ospitante; pubblico accalcato dietro reti di protezioni che oscillavano a ogni piè sospinto quando l’arbitro prendeva decisioni poco condivise; guardalinee non sempre affidabili per precisione e tempestività; rigori accordati da arbitri tremebondi alla squadra di casa per cadute più o meno simulate quando la rete di protezione oscillava un po’ troppo; forza pubblica quasi del tutto assente, rappresentata quasi sempre da qualche singolo prosperoso brigadiere o appuntato.

Oggi il “fattore campo” è solo una specie di favoletta che viene ricordata ai più giovani. In casa o fuori, il calcio è sempre lo stesso. Anzi, se possibile, oggi le squadre ottengono risultati migliori e più rispondenti alle loro qualità quando si trovano a giocare in trasferta, negli spazi larghi. Quei movimenti da “moviola” di un calcio in bianco e nero sono spariti da tempo. In campo, i novanta e più minuti vengono vissuti intensamente in virtù di uno spirito agonistico-atletico diverso: si corre fin dal primo minuto di gioco; si applicano marcature ferree sugli avversari in possesso di palla, tanto che riesce a ragionare solo chi è in possesso di una tecnica individuale di primordine.

Le squadre che giocano in trasferta hanno pochi timori riverenziali; il pubblico avversario è lontano dal rettangolo di gioco e può solo incoraggiare o dileggiare, a seconda che voglia dare una mano alla propria squadra o lanciare improperi a quelli che vengono considerati nemici.

Perché dico questo? Perché è bene che l’evoluzione storica del calcio venga tenuta presente da chi oggi – in occasione di partite interne – si lamenta degli scarsi risultati positivi ottenuti dalla Paganese quando si trova a giocare al “Marcello Torre”. Intendiamoci, il cambiamento epocale del calcio non deve suonare come giustificazione per gli scarsi risultati ottenuti in casa fino a questo momento. Anzi, proprio perché gli azzurro-stellati hanno ottenuto due chiare e indiscutibili vittorie in trasferta, è arrivato il momento di confermare quanto di buono la squadra ha saputo fare sia a Catanzaro che a Messina.
“In casa o fuori, per me pari sono” – deve cominciare a cantare la compagine azzurro-stellata, parodiando la famosa aria del ”Rigoletto” di Giuseppe Verdi, a cominciare dalla gara di domani che la vede impegnata nel recupero della prima giornata contro il Francavilla.

Grassadonia sicuramente presenterà una squadra vogliosa di arrivare alla prima vittoria casalinga; ma dovrà tenere conto anche delle condizioni fisiche di atleti, che, dopo appena due giorni dalla gara di Messina, avendo cominciato in ritardo la preparazione, potrebbero accusare la fatica di tre gare in una settimana.

Ma l’occasione è propizia per allungare il passo e chiarire che non si vincono due partite in trasferta se non si possiedono determinate qualità. Quelle che fanno crescere le squadre cosiddette provinciali.

Nino Ruggiero - paganesegraffiti.wordpress.com

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